Omaggio
in frammenti di danza
C’è
sempre un lettore nascosto dietro ad ogni parola scritta, un super visore
dietro ad ogni visione, un operatore dietro al proprio operare, qualcuno
che forse non vedrà mai, che forse non leggerà mai ma questo
non importa. Un seme cresce anche caduto da mani distratte.
Pour
voir et sentir l’Amérique, il faut au moins un instant avoir
senti dans la jungle d’un downtown, dans le Painted Desert ou dans
le courbe d’un freeway, que l’ Europe avait disparu. Il faut
au moins un instant s’être demandé : « comment
peut-on être Européen ? ».
Jean Baudrillard, Amerique,
Paris, Grasset 1986.
Chiedo
a questo continente di contenermi, tenermi con. Capisco che le persone
talvolta pur di riempire il loro vuoto, pur di non vederlo si ubriacano
di azioni insensate qualsiasi esse siano, che l’umanità vaga
per il solo bisogno di farlo, che i contenuti per chi vuole averne sono
un lusso indecente (kitsch-sentimentali forse) ma qui i lussi indecenti
non scandalizzano nessuno, anzi. Così dopo anni di desiderio riprendo
la macchina fotografica, guardo Olga danzare tra le macerie di questa
metropoli, permetto alle visioni della mia mente di diventare pixel sul
monitor di altri, immagini non immaginate, finalmente visibili. Capisco
che qui dove ognuno pensa a se stesso senza troppa vergogna anche per
me c’è un posto. Di solito si passa la vita a cercare il
modo di farsi amare di più o al meno un po’.
La danza di Olga mi appartiene,
i miei occhi le appartengono. Siamo tutte e due straniere più degli
altri perché da dove veniamo, l’Europa, ormai nessuno vuole
più scappare, si parte per noia o per asfissia non per bisogno.
Quale il nostro spettacolo di religiosità in un emisfero che non
è il nostro? In una città dove il mistico, il kitsch e il
trash sono tutt’uno? Praying NY, pregare a NY, pregare NY che possa
essere diversa da quello che è o che forse ci possa rendere diverse
da quello che siamo o ancora lasciare come eravamo. Mettiamo sul tavolo
le nostre risorse: i miei occhi, la sua danza.
The American dream. Compriamo al flea market della domenica di Avenue A and 12 street una parrucca
nera spennacchiata per 2 dollari e un vestito rosa confetto per 15. Chissà
perché capiamo subito che in quel travestimento c’è
del vero. Io non ti conosco ma ti riconosco. I cliché funzionano
sempre, questa è una delle prime regole del teatro/cinema. Una
donna che corre dietro ad un treno, macchina, camionetta…funziona.
Se ci si pensa un uomo fa tutt’un altro effetto, una combinazione
di significati meno significanti, l’uomo progredisce, la donna anela.
Dicono che Roberto Rossellini abbia detto alla Magnani dopo aver girato
la famosa gloriosa scena in Roma città aperta: Annarè
è buona la prima!
In questa NewYork dove nessuno
guarda tutti si esibiscono, espongono a nudo i propri deliri, le proprie
fantasie incontrollate. Il n’y a pas ici de deuxième degré
de l’écriture. In questa
città si vive per pseudonimi: I am an artist, I am a poet, I
am a philosopher, … gioco per noi divertentissimo e irresistibile
che ci entusiasma e ci riempie di gioia, gioco a cui non possiamo giocare
da nessun altra parte al mondo. Una donna
qui si può permetter d’esser sola senza sentirsi sola. Danzare
tra la fretta degli altri, riposare sulle radici degli alberi mentre la
city frenetica la ignora. Scegliamo per danzare i luoghi della nostra
fretta, della nostra distratta quotidianità. Ci danziamo. Sappiamo
che questa danza altrove sarebbe leziosa, oziosa, deliziosa. Qui ci salva,
ci è necessaria. La nostra è una resistenza tutt’altro
che concettuale, è una richiesta di gentilezza, di fragilità,
di bellezza in un mondo che sembra poterne fare a meno.
L’America e l’Europa
in realtà non comunicano, non si guardano, si possono solo disprezzare
od osannare a distanza, per continuare a vivere, per andare avanti ognuna
nel suo delirio. Di questo parlano le nostre immagini. I controsensi che
un europeo sperimenta a New York li può capire solo un altro europeo (tasse, tasse, tasse…
ma dove finiscono tutte queste tasse che si pagano comprando qualsiasi
cosa dal computer al cocomero se le scuole sono private, gli ospedali
i più costosi del mondo, la nettezza urbana allo sfascio totale,
la previdenza sociale inesistente? La domanda è ovviamente retorica
tutti sappiamo purtroppo dove finiscono queste tasse…) così come il senso di libertà e di energia impensabili da qualsiasi
altra parte. La libertà qui non è tanto politica od economica
ma fisica, libertà dello spazio, energia giovane e incontrollata.
E’ la bruttezza (umana-urbana) di questo posto a fare la sua vera
ricchezza, a permettere che l’incompiuto si compia, che l’idea
si concretizzi qualsiasi essa sia la più ignobile, disgustosa e
banale. A Parigi, a Roma, a Barcellona dove tutto è già
stato fatto prima e meglio da qualcun’ altro, tutti vedono, tutti
vivono nel già pensato, nel già detto, la creazione ormai
è un gioco per virtuosi della citazione. Ogni cosa a New York è
nuova perché chi la fa non lo sa che in realtà non è
nuova per niente. Ed è di questa incoscienza che noi Europei siamo
avidi, è per sfuggire alla condanna piccolo borghese che ci veniamo
a nascondere da queste parti, ci facciamo cogliere dalla sindrome del
padre pellegrino, cominciamo a sperare nel nuovo mondo.
A Parigi in questi giorni
gli intermittenti dello spettacolo bloccano le strade e rinunciano a salire
sulla prestigiosissima scena di Avignone per salvaguardare i loro sussidi
di disoccupazione, a New York un poster anonimo di una Merilina triste,
saturata ed assente mi dà il benvenuto nella city dove tutto è
possibile:
I am not going to be famous
I won`t get to be a rock
star
I am going to be stuck
on a payrole
Doing work that does not
interest me
For a very long time.
A New York faccio fatica a
spiegare cosa sia un intermittente dello spettacolo (definizione per ossimoro
chi lavora nello spettacolo è per sua natura intermittente), tanto
più le ragioni della loro protesta. Di Parigi impressiona soprattutto
la rete della metropolitana così capillare e lussuosa. E’
un po’ come sfogliare l’indice di un libro, intuire dal titolo
del capitolo il suo contenuto, assaporare anticipatamente l’emozione
del testo. Le stazioni del metrò: Odeon, Cencier Daubenton, Pont
Marie, Bastille…cartelli che condensano nel fondo di una galleria
l’atmosfera di un luogo attivo, evocano la libera energia della
superficie nello spazio sotterraneo a loro concesso. La metropolitana
ovvero l’indice di Parigi, la sua mappa estesa all’estendibile,
una carta geografica senza riduzioni di scala.
A NY la Subway è un
mezzo di trasporto.
Qui nessuno è solo
perché tutti sono soli, come i taxi gialli che si muovono
in massa nell’illusione di essere solo loro ad andare proprio lì.
Scopri dopo due giorni che è quasi più conveniente mangiare
sempre fuori che fare la spesa. Allora ti scegli il tuo posto, ci vai
come alla mensa, incontri più o meno le stesse persone, saluti
i camerieri e pensi che forse un giorno anche tu farai il cameriere da
quelle parti (ma se i camerieri percepiscono solo la mancia come stipendio
a chi va il resto del conto? Corporations, investors, owners…? )
I ristoranti sono le vere sale da pranzo della city sono le cucine e i
frigo delle case a fare una tristezza infinita deserti o ricolmi oltre
ogni possibile misura che siano.
Ogni momento di leggerezza
qui è una conquista di salvezza, una danza, una preghiera.
Ilaria Distante, nata nel 1972, ha
lavorato come attrice con il centro di ricerca e sperimentazione teatrale
di pontedera, con la compagnia Pippo Delbono e come collaboratore artistico
con la casa di produzione cinematografica Confine Film (Germania). Si
è laureata in storia e critica del cinema all`Universita` di Pisa
ed è attualmente coinvolta in progetti di fotografia e videodanza.
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